
Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira Belém (Brasile), 19 febbraio 1954 – San Paolo (Brasile), 4 dicembre 2011
Quando penso ad un grande campione che non è riuscito a dimostrare la sua classe sovrannaturale penso sempre a Socrates, che metto al 6 posto tra i trequartisti di ogni tempo.
Molto alto, longilineo, Socrates aveva un piede piuttosto piccolo (portava il 38) e delle gambe lunghissime e magre; la sua silhouette poteva far pensare ad un saltatore in alto, invece era un calciatore dalla tecnica più che sopraffina, un vero campione.
Di famiglia poverissima, originaria dell’Amazzonia, il giovane Socrates fu stimolato dal papà, oltre che al gioco del pallone, allo studio; egli portò avanti le due cose di pari passo, arrivando a laurearsi in medicina ( con specializzazione in pediatria) e ad esordire col Botafogo.
Dal Botafogo passò al Corinthians nelle cui fila ha fatto vedere le sue giocate più belle ed i servizi illuminanti per le punte.
Fieramente contrario al regime autoritario dei militari, convinse i compagni a scendere in campo con scritto “democrazia” o “libertà” sulle maglie
Politicamente schierato a sinistra, quindi e senza possibilità di compromessi, venne accolto con sarcasmo quando nel 1984, complici le giocate sbalorditive fatte vedere al Mundial spagnolo, sbarcò in Italia, ingaggiato dalla Fiorentina.
Malgrado fosse entusiasta di questa nuova esperienza, rimase assai deluso dall’ipocrisia e dalle manipolazioni mediatiche, proprie del calcio italiano e decise di tornare in patria dopo una sola stagione di alti e bassi.
Due anni tra Flamengo e Santos e poi il ritiro, col ritiro il ritorno alla passione antica della medicina che eserciterà, in forma pressoché gratuita, nelle favelas di San Paolo.
Ebbe un vizio comune a molti sportivi sudamericani, quello dell’alcool, vizio devastante e che lo porterà anzitempo alla morte per le complicanze di una cirrosi epatica.
Era solito dire: “ Vorrei morire il giorno che il Corinthians vincerà lo scudetto”, fu esaudito, il 4 Dicembre 2011, il Corinthians, pareggiando col Palmeiras si aggiudicava il titolo brasiliano.

Alessandro Del Piero Conegliano Veneto (Treviso), 9 novembre 1974
Sembra davvero paradossale che uno come Del Piero non abbia mai vinto il Pallone d’oro (trofeo tributato anche ad un giocatore medio come Sammer) ma è la pura verità, il numero 7 della mia personale classifica dei trequartisti, recordman di goal segnati in Italia (secondo solo a Piola, ma in un calcio assai più competitivo) capace di denominare un tipo di tiro e di sostenere le trame offensive di una delle migliori Juventus di sempre, non è stato mai insignito di questo premio.
Se Roberto Baggio, dalla classe ineguagliabile, era Raffaello, Del Piero non poteva essere che Pinturicchio e questo soprannome, affibbiatogli da Gianni Agnelli lo ha sempre accompagnato nelle cronache sportive.
Meno classe di Baggio ma più potenza ,più carattere e più visione di gioco, che lo portò anche a riuscire ad “immaginare” il goal del 2-0 alla Germania, nella semifinale di Dortmund, prim’ancora di realizzarlo.
In carriera ha vinto molto; la Coppa del Mondo del 2006, sette scudetti (di cui uno revocato) una Champions League e una Coppa Intercontinentale.
Vinse anche un campionato di serie b con la Juventus retrocessa a seguito dello scandalo di Calciopoli; in quell’occasione fu uno dei pochi “campionissimi” ad accettare di rimanere anche in b, declinando offerte assai consistenti di Real Madrid ed Arsenal.
Oggi a 40 anni sta disputando, forse, il suo ultimo campionato in India, dopo due anni in Australia scelta dal giocatore per il dopo Juve; in genere faccio fatica a comprendere grandi campioni che malinconicamente vanno a fare gli ultimi “bottini” in squadre improbabili di campionati ancor più improbabili, ma non nel caso di Del Piero che, a mio avviso, ha scelto di proseguire perché prevalentemente attratto dal calcio giocato, piuttosto che dal solo denaro.
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