
George Manneh Oppong Ousmane Weah Monrovia,( Liberia) 1º ottobre 1966
Lone Star era il suo soprannome, stella solitaria in italiano; al sesto posto assoluto tra le punte centrali di ogni tempo.
Nasce in Africa occidentale e precisamente in Liberia, nei sobborghi della capitale Monrovia, in una famiglia molto numerosa (14 figli) che i genitori allevano nella povertà ma comunque in maniera più che dignitosa.
George dimostra dalla più tenera età di saperci fare col pallone e sogna, inseguendo il suo mito personale Pelè, di sfondare nel calcio europeo; segna tantissimi goal in patria ma la notizia, ovviamente, resta confinata a quei territori, fin quando non viene notato da un osservatore di una squadra camerunense che lo tessera seduta stante.
Weah ha già 21 anni e capisce che quello è l’unico treno che passerà; si getterà anima e corpo in questa avventura facendosi notare dal commissario tecnico francese della nazionale camerunense che a sua volta lo indica ai talent scouts francesi.
Arriva nel 1988 la chiamata del Monaco dove inizia subito a giustificare il suo ingaggio, ricambiando la squadra del principato, con una messe di goal lanciandola ai vertici del campionato francese. Nel frattempo Weah non lascia gli studi iniziati nel suo paese laureandosi in amministrazione di attività sportive.
Dal Monaco Weah, passò agli ambiziosi parigini del PSG; prima però ci fu il mancato approdo al Cagliari di Cellino, pare per un rifiuto tassativo del simpatico Carletto Mazzone,( personaggio istrionico e mediamente acculturato di calcio ma periodicamente responsabile di topiche enormi come questa).
Nel Paris Saint Germain ebbe la consacrazione internazionale e il passaporto per l’ingresso nel Milan stellare di quegli anni.
Non ha vinto gran che in carriera: un campionato e tre coppe di Francia (una col Monaco e due col PSG) 2 Scudetti col Milan ed una coppa d’Inghilterra a fine carriera col Chelsea, però è ancora l’unico africano ad essersi aggiudicato il Pallone d’oro, il regolamento del quale (che assegnava il premio solo a calciatori europei) fu espressamente mutato, proprio per esaltare le gesta di questo giocatore intelligente e fisicamente molto dotato.
Ha avuto molti allenatori ma ha sempre detto che Wenger, Tabarez e soprattutto il portoghese Artur Jorge sono i soli che gli hanno insegnato qualcosa.
Oggi dismessi maglietta e pantaloncini, si sta dedicando alla politica, proponendosi alla guida del suo paese e investendo molti dei suoi soldi nella costruzione di scuole ed impianti sportivi.

Zlatan Ibrahimović Malmö (Svezia), 3 ottobre 1981
A mio avviso è il 5° attaccante centrale più forte di ogni tempo.
Certamente poco simpatico, se non propriamente antipatico, nasce in Svezia da padre bosniaco e madre croata ,e non serve certo un fine psicologo a far derivare il suo pessimo carattere dalle vicissitudini patite nell’infanzia e adolescenza.
Il padre, manovale nell’edilizia, era spesso ubriaco, la madre durissima con i figli, fu arrestata due volte per reati vari e la sorella fu a lungo tossicodipendente.
In questo scenario, in una casa dove il frigorifero era sempre vuoto e dove non sarebbe saltata fuori una corona neanche a capovolgerla, si è formato il carattere e la voglia assoluta di sfondare nel calcio del giovane Ibrahimovic.
Le sue insicurezze camuffate dalla sbruffonaggine e dall’esosità delle sue richieste economiche è stata mitigata, nel tempo, dalla vicinanza con la moglie “amministratrice della sua immagine” molto più grande di età e sostituto di una madre assente e poco interessata alla vita dei figli.
Ciò detto, mi sembra coerente parlare ora dell’Ibrahimovic meraviglioso calciatore, poco meno di due metri di forza e classe ineguagliata che lo fa l’attaccante più forte in attività.
Non ha talloni d’Achille se non nel carattere e penso che abbia ancora tre anni al top per completare se stesso.
In gioventù giocava sulla tre quarti, si convinse autonomamente ad avanzare quando approdò nelle giovanili del Malmo e dopo aver visto in televisione il formidabile attaccante zambiano Bwalya del PSV irridere col suo talento la difesa dell’Ajax in cui egli stesso militerà, scherzi del destino, in seguito.
Ha giocato per le più importanti squadre d’Europa e d’Italia, vincendo complessivamente 11 campionati. Gli manca solo una fase finale dei mondiali che vorrebbe raggiungere prima di smettere col calcio.
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