Il vento è cambiato da quando a Bologna è arrivato Tacopina : l'interesse per il Bologna è aumentato ed è diventato internazionale .
Prima l'intervista a Sky , poi addirittura due pagine sulla Gazzetta , non sempre tenero nei confronti del Bologna , con un intervista esclusiva a Tacopina .
Alcuni passi dell'intervista .
Gli inizi «Sono cresciuto a Brooklyn, mio padre Cosmo era nato a Roma e guardavo le partite in tv con lui. Mi piaceva Tempestilli, che poi è diventato il mio migliore amico a Roma. Poi Signori, Baggio, Pagliuca... Mi piaceva il nome gianlucapagliuca , mi sono emozionato quando l’ho conosciuto. Ho studiato il calcio italiano. Mi sono interessato alla Roma con Soros nel 2007, la prima volta che sono stato all’Olimpico mi è cambiata la vita, quando ho sentito la Sud cantare e lo stadio ballare. Ma non siamo riusciti a prenderla, è andata male e lasciamo stare... Così ho studiato altri club e tanti mi hanno cercato: “compra noi, compra noi...” dicevano (ride) . Qualche anno dopo mi ha richiamato Unicredit. “Ma siete pazzi?” ho risposto. Dopo 5 minuti invece ho detto ok, vediamo i numeri e un anno dopo ho fatto il deal con Di Benedetto, Pallotta e altri due partner spendendo 130 milioni: in Inghilterra non avresti comprato nulla, mentre anni fa non ci sarebbe stata differenza. In tre anni il valore del club è triplicato, abbiamo portato il sistema americano di fare business nello sport. Proprio come faremo qui».
Perché Bologna «Mi ha colpito subito. E’ una città speciale per business e passione. Qui ci sono grandi aziende: Ducati, Lamborghini, Nike, Unipol e altre. Poi la location : mi piace sciare e qui vicino ci sono le Dolomiti, c’è il mare della Romagna, c’è Venezia. Al di là del cibo, mi ha colpito la gente. Ho risposto a più di 500 mail al giorno, mi è anche caduto il server dello studio a New York. Durante la trattativa mi imploravano: “please, tieni duro, rivogliamo lo scudetto...”. Mi hanno toccato il cuore, non la testa. Quando l’affare stava per saltare, i miei partner hanno detto di andare da un’altra parte, in Serie A... Mi ha cercato il Parma e un altro club, sarebbe stato facile, ma Bologna mi era entrata nel cuore».
Il business «(prende un foglietto e disegna una torta) Oggi il 70% degli introiti arriva dai diritti tv, il 15% dai biglietti e l’altro 15% da attività commerciali. Il modello ideale è 33% a testa, facendo quindi crescere le ultime due voci: per i tifosi rifaremo lo stadio (è in arrivo l’architetto Dan Meis, che ha fatto anche il progetto per la Roma: il nuovo Dall’Ara sarà senza pista e con 35mila posti, ndr ), poi il marketing, che in Italia non esiste. Ci saranno professionisti di altissimo livello, uno staff che in Europa non ha eguali. (ne parliamo a parte) . Fenucci? E’ un amico, un top manager a livello europeo, sono onorato di poter ancora lavorare con lui: quando risolverà il contratto con la Roma ne parleremo. Corvino? E’ un direttore sportivo e noi abbiamo Filippo Fusco, che in estate con poco tempo e moneta ha fatto una squadra forte, con giocatori venuti qui per lui. Mi piace Zuculini, il nostro Gattuso: in campo dà il massimo».
La storia «Ho detto ai giocatori che devono essere orgogliosi di giocare qui. Ho fatto un test: “quanti scudetti abbiamo vinto?”. Non lo sapevano... Adesso sì! Sette! Siamo come i Cardinals di Saint Louis del baseball, o gli Oakland Raiders di football: due club con grande storia, poi decaduti ma sempre con grandi tifosi, come i bolognesi. Guardate questa maglia (mostra una divisa rossoblù) , me l’ha regalata Romano Fogli. Dobbiamo recuperare l’orgoglio, sono stato al cimitero a visitare le tombe degli eroi Schiavio, Bulgarelli, Dall’Ara, mi ha sconvolto la notizia di Ingesson. Ho incontrato mister Gazzoni. Sto studiando Bologna e il Bologna. Giro a piedi, anche di notte. Devo unire la squadra alla gente, deve essere una cosa unica. Abbiamo riaperto la campagna abbonamenti (lo sarà fino alla gara col Carpi, ndr ), ne abbiamo fatti più di mille in una settimana. Certo, vinciamo ed è facile, so che non sarà sempre così. Ma c’è un progetto: l’ha capito Roma, che è una piazza difficile. Non pensiamo a risultati immediati, ma a restaurare il club e gettare le basi per crescere. Rispetto alla Roma, qui ci sono margini di crescita superiori, però ci serve più tempo».
L’opportunità «Il calcio italiano ha un grande futuro, la Serie A dovrebbe essere leader mondiale, invece oggi è un calcio sbagliato, insano. Si pensa solo a spendere i soldi, a comprare i giocatori e basta, senza un business plan . Il livello si è abbassato, per questo il calcio italiano è diventato un’opportunità per investitori stranieri. Mi hanno detto che ero pazzo, che ho soldi da buttare: questa è la mentalità. Invece ci sono più ragioni per essere qui: intanto è emozionante, poi compri a poco (il Bologna è costato meno di 50 milioni, ndr ) e puoi crescere molto, perché ci sono molte fonti di ricavo da sfruttare. Due manager di alto livello del calcio italiano mi hanno fatto i complimenti perché il Bologna è tra i primi 5 club italiani, un ottimo investimento».
I tifosi «Alla gente piace sognare, dicono Tacomania anche se non ho ancora fatto nulla. Lavoro con onestà e trasparenza, quello che diciamo lo vogliamo fare. Faremo errori, ma li ammetteremo. Non vogliamo rilanciare il club, venderlo, intascare e andare via. Vogliamo stare qui a lungo, con lo stadio ristrutturato e un legame sempre più forte con la città. E’ cambiato il modo di fare business, di valorizzare le società, ma l’Italia non è cresciuta. Eppure il calcio qui è una questione culturale, profonda, non marginale».
Il gruppo «Siamo sei azionisti individuali, nessun fondo; c’è la prima banca dello sport americana, Park Lane . Conto di coinvolgere altre persone, anche Kobe Bryant: ama l’Italia e il calcio, abbiamo amici in comune, voglio capire se gli interessa. Il nostro modello è il Psv Eindhoven, con i giocatori cresciuti in casa: loro vendono, non comprano. Il Bologna del futuro sarà così, se servirà comprare compreremo, non c’è problema, ma il modello è quello. Dovremo fare affari come quello della Roma con Marquinhos (comprato per 5,7 milioni, rivenduto per 31,4, ndr ). Bisogna saper comprare e anche saper vendere».
Il cda «Ho ricevuto chiamate di grandi compagnie italiane e straniere per diventare nostro sponsor, ma davvero grandi. Torno martedì 4 per il cda e le nuove cariche, ho 21 giorni di incontri. Il calcio italiano è un grande business, ma solo se hai le persone giuste intorno puoi farlo. E va fatto adesso. Dopo di noi lo faranno altri. Io ci ho messo 7 anni per capire come funziona il calcio italiano, ho capito che da solo non potevo farcela, che serve un grande staff. E dall’estero arriveranno altri: è business.
Fonte Nicola Binda Gazzetta dello sport .
Nessun commento:
Posta un commento