
Oleg Volodymyrovyč Blochin; Kiev (Ucraina), 5 novembre 1952
Tutte le “grandi” del calcio europeo avrebbero fatto carte false per poterlo tesserare ma il regime sovietico impedì l’espatrio di questa formidabile punta ucraina, che ebbe la sfortuna di esplodere nel mondo del calcio troppo presto rispetto ai tempi.
Blochin, prima ancora di un grandissimo calciatore, fu un atleta portentoso, potente e determinato, si narra che lui, mancino pieno, rimanesse in campo al termine degli allenamenti per perfezionarsi nell’uso del piede destro, tanto dal diventare a tutti gli effetti ambidestro.
La sua carriera calcistica, per i motivi citati precedentemente, non poté essere guarnita da allori particolari, stante la pochezza della gran parte dei suoi compagni di squadra, ma la conquista del Pallone d’Oro 1975, da l’idea della sua forza e anche la conquista delle due Coppe delle Coppe da parte della Dinamo Kiev (unici successi europei di questa compagine che con Blochin tra le sue fila vinse otto campionati dell’Urss e 5 coppe di Russia) è segnata dal nome e dalle gesta di questo campione che scrutava la disposizione dei difensori da fuori area e poi li infilava regolarmente partendo da lontano.
A fine carriera, come tanti suoi colleghi, intraprese il mestiere dell’allenatore con alterne fortune.
Al momento, dopo le sue dimissioni dalla panchina della Dinamo a cui era approdato dopo aver guidato anche la nazionale Ucraina al mondiale del 2006, è alla ricerca di una squadra. Lo pongo al dodicesimo posto dei centravanti d’ogni tempo.

Giuseppe Meazza Milano, 23 agosto 1910 – Rapallo (Genova), 21 agosto 1979
“Meazza era un bon-vivant, gran giocatore d’azzardo, gran tombeur-de-femmes, perfetto ballerino di tango, testa sempre lucida di brillantina, gardenia bianca all'occhiello di impeccabili completi blu gessati, idolo della Milano bene, capace di coricarsi all'alba della domenica, di dormire un paio d'ore e di segnare poi due o tre gol, beffando le più arcigne difese avversarie.”
Così il grande giornalista sportivo Gianni Brera descriveva, delineando perfettamente la sua personalità, uno dei più grandi attaccanti visti su un campo di calcio.
Un uomo nato per giocare a pallone, uno che nella vita prima e dopo del calcio, non riuscì a combinare un gran ché.
Meazza è stato il prototipo della punta moderna, non aveva lacune nel suo repertorio di calciatore e fu il cardine indiscutibile dei due successi mondiali dell’Italia anteguerra.
Segnò tanti goal anche in nazionale, al secondo posto dietro Gigi Riva.
Persona mite, non amante delle luci della ribalta, si dedicò anche allo scouting di giovani atleti segnalandone qualcuno che poi ebbe successo come Sandro Mazzola ed Altobelli.
Vinse due campionati con l’Inter che è stata la squadra più importante della sua carriera. All’undicesimo posto nella mia classifica delle punte centrali di ogni tempo.

Arthur Friedenreich San Paolo (Brasile), 18 Luglio 1892 – San Paolo, 6 Settembre 1969
Dopo aver completato tutte le aree del campo di calcio, enunciando i dodici più forti giocatori per ogni ruolo o settore, completo l’opera occupandomi di quello che, forse più d’ogni altro, riesce ad accendere la fantasia degli amanti del calcio, ovvero della punta, del goleador, del centravanti.
Proprio in questo novero non sono riuscito a tenermi nei 12,mi sono sentito in dovere, infatti, di aggiungere questo pioniere del calcio che, si dice, in carriera abbia segnato più di 1000 goal.
Sto parlando di Friedenreich soprannominato El Tigre, un autentico predatore dell’area di rigore, un calciatore ben più avanti dei suoi tempi.
Era mulatto, figlio illegittimo di un commerciante tedesco e di una lavandaia nera, originaria della Sierra Leone.
In un epoca in cui vigeva ancora la sudditanza razziale, nella quale ai negri non veniva permesso di giocare al calcio, Friedenreich, che nonostante avesse gli occhi molto chiari, mostrava innegabilmente il suo essere mulatto, fu costretto ad usare tonnellate di brillantina per togliere il crespo ai capelli e a sottoporsi a continui bagni di amido di riso per sbiancarsi la pelle.
Il padre, che dapprima non lo riconobbe, gli venne in soccorso accettandolo a casa sua quando i primi exploit del giovane calciatore, lo convinsero ad assumerne ufficialmente la paternità.
Questo accasamento gli consentì di dissipare i dubbi sulla sua razza d’appartenenza e complice l’innegabile superiorità di Friedenreich rispetto a qualsiasi altro calciatore, gli fu consentito di esordire nel campionato paulista nella squadra del Paulistano (che oggi non esiste più) con la quale vinse 7 titoli.
Non prese parte alla fase finale del campionato mondiale del 30 e del 34 poiché i calciatori paulisti vennero esclusi dalla selezione per dissidi con i cariocas.
la leggenda vuole che questo grandissimo campione, che mise in evidenza una classe sopraffina, non presente nella prestanza dei coevi, non avesse mai sbagliato un calcio di rigore in tutta la sua carriera.
Fuori dal campo ebbe una vita da dandy, cultore di sigari, brandy e belle donne, morì dimenticato dai più, ma riuscì a mantenere un esistenza dignitosa anche a carriera terminata, cosa che non riuscì a molte “cicale” del calcio che fu.
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