Tra la speranza di riprendere subito il cammino interrotto
con lo stop di Frosinone e qualche preoccupazione legata agli acciacchi e alle
assenze, anche l’esame Derby dell’Appennino è stato egregiamente superato. Con
addirittura il rimpianto dell’intera posta in palio, cosa apparsa anche
possibile contro la Fiorentina, a dispetto della scarsa vena degli attaccanti
Destro e Mounier, troppo abulici ed evanescenti là davanti. Mentre Giaccherini ha lanciato l’ennesimo squillo
di tromba alle orecchie di Antonio Conte e i tre di centrocampo hanno dato vita
ad un moto perpetuo nelle due fasi, che hanno di fatto smontato sul nascere ogni
velleità dell’undici viola.
E qui, al solito, il plauso va tutto al nostro grande Mister
Roberto Donadoni, colui che settimanalmente studia, analizza ed evidenzia alla
squadra pregi e difetti dell’avversario di turno: l’utilizzo maniacale dei dati
sulla condizione fisica dei giocatori, il recupero psicologico dei giocatori
emotivamente più fragili e la mentalizzazione sulla gestione delle situazioni
di gioco fanno poi il resto nel raggiungimento della migliore prestazione
possibile, una volta in campo. Sentire parlare in mixed-zone un Donsah, che a fine partita afferma “Il
Mister mi sta motivando molto e mi trovo sempre meglio”, è il miglior spot per
l’ottimo lavoro svolto fin qui da tutto lo Staff tecnico.
I fatti raccontano di un Donadoni arrivato a Bologna in punta
di piedi e senza proclami, ben consapevole del fatto che se lo avevano chiamato
vuol dire che c’erano problemi. Il suo grosso merito è stato capire subito dove
mettere le mani, venendo la squadra da due mesi da incubo (otto sconfitte!); ma
intuendo anche che i grandi primi tempi giocati contro Inter e Juventus non
erano stati casuali. I valori c’erano ma andavano tirati fuori creando le
giuste condizioni mentali ed ambientali, bisognava assolutamente restituire fiducia nel gioco e la giusta autostima a tutti i giocatori
perché solo da lì sarebbe stato possibile svoltare la stagione.
Donadoni ha incoraggiato i giovani, ha recuperato
qualche veterano, ha dato compiti e responsabilità chiare a tutti, ha dispensato
quintali di nuove certezze, di nuove consapevolezze. Ha instillato in
ogni singolo componente della rosa il concetto che le partite iniziano sempre
sullo zero a zero e che qualsiasi risultato sia possibile a prescindere dal
nome dell’avversario.
Ha costruito una vera
“squadra” di calcio, dandole una precisa identità di gioco.
Ma il vero capolavoro tecnico di Donadoni, quello per cui
tutti i giocatori attuali non dovranno mai finire di ringraziarlo, è stato
l’essere riuscito a tirare fuori il meglio da ognuno di essi, in particolar
modo da quei giocatori meno utilizzati
o che meno di tutti avevano convinto i tifosi circa la bontà
del loro acquisto da parte di Corvino, parlo di Destro, di Mbaye, di Taider e di Donsah. Facendo
finire nell’occhio del ciclone il Direttore rossoblù, additato di aver fallito
il mercato e di aver investito male i denari messigli a disposizione dalla
Società. Corvino che qualche mese
addietro, quando molti tifosi gli rinfacciavano le cessioni di Laribi, di Matuzalem
e di Sansone ripeteva come un mantra “Rifarei
tutto quello che ho fatto in estate”.
Beh, in effetti mai come nel caso del nostro Direttore
Sportivo il tempo è stato galantuomo, restituendogli poco alla volta il frutto
del suo certosino lavoro di selezione tra centinaia e centinaia di potenziali
rinforzi, propinati quotidianamente da procuratori, fondi stranieri e osservatori
di calcio giovanile. Il suo modus
operandi è chiaro e facilmente riconoscibile per gli addetti ai lavori: non
ama i giri di parole, compra solo ragazzi convinti di voler sposare il progetto
della Società, dovendosi preoccupare di accrescere anno per anno il valore della
rosa. Spesso criptico, tendendo di
natura a depistare chi lo osserva, ha la sua storia dirigenziale e la sua visione
delle cose del calcio che difende con ostinazione e coraggio. Del resto, quattro qualificazioni in Champions e oltre 100 mln di plusvalenze lasciate
in dote alla Fiorentina sarebbero credenziali di tutto rispetto per qualsiasi
Direttore Sportivo, come contraddirlo?
Normale che ambisca ad avere al suo fianco un allenatore
complice, uno che sia pronto a condividere con lui onori ed oneri dell’investimento
sui giovani, in grado di accompagnarli nel processo di crescita fino alla
completa affermazione. Che si tratti di Mbaye o di Diawara.
Chiaro che se questo accade, come di fatto ora sta accadendo
con Donadoni, tutte le componenti della Società, dalla squadra, allo Staff
Tecnico e ai tifosi ne beneficiano in misura massima. Il risultato finale è
un’esegesi perfetta dell’ashtag: “WE ARE
ONE”: Uniti, Assieme, Verso la Meta!!
Marco Di Simone.
















