“Di tanto in tanto è chiamato a scattare come un puma, e in quel momento può esplodere tutto, furia, rabbia, potenza, velocità, astuzia, coraggio; ma può farlo solo quando capita, quando lo richiede l’azione, e non quando lo decide lui. Per il resto, la sua vita è attesa. Agguato. Compressione. Cose che poi magari nemmeno servono a niente, quando il tiro dell’avversario è imprendibile, o la traiettoria è troppo sporca. E allora deve raccogliere la palla e rimettersi lì, ad aspettare con il suo vento silenzioso nella testa. Concentrato”. Ecco come Dino Zoff, il più grande portiere italiano di tutti i tempi, racconta il ruolo di estremo difensore nella sua biografia “Dura solo un attimo, la gloria”.
Nel corso della storia calcistica contemporanea e non, il ruolo di portiere è stato decisamente altalenante e forse sottovalutato. Non a caso infatti esiste un solo caso di Pallone d’oro assegnato ad un portiere ( il russo Lev Jashin, nel 1963).
Ma due nomi su tutti mi permettono di ricollegarmi al Bologna di oggi. Félix Miéli Venerando e Waldir Peres de Arruda. Sono rispettivamente i due portieri delle Nazionali di calcio brasiliane nei Mondiali di Messico ’70 e Spagna ’82. Se conoscete le idee calcistiche brasiliane, sapete per certo che i sudamericani amano giocare con i famosi cinque numeri 10 davanti. Non si tratta semplicemente di segnare un gol in più degli avversari, è molto di più. E’ essere talmente convinti della propria forza e inventiva offensiva che il ruolo del portiere passa in secondo piano. Anzi, in porta potrebbe addirittura giocare chiunque, tanto in un modo o nell’altro quei cinque lì davanti la buttano dentro.
Ecco perché, a onor del vero, né Félix né Waldir Peres sono stati due grandi portieri. Per quanto concerne il primo, gli eventi storico-calcistici lo trascineranno a forza sul carro dei vincitori, poiché a Messico ’70 il suo Brasile si laureerà per la terza volta campione del mondo. Al secondo andò invece meno bene, in quanto fu ritenuto il responsabile principale della cosiddetta “tragedia del Sarrià”. L’Italia di Bearzot superò la Nazionale verdeoro per 3-2, eliminandola, e Waldir Peres perse per sempre quella maglia.
Questa breve parentesi, relativa al calcio meno recente, apre la mia riflessione sul Bologna di oggi, dove tutto quello che è stato affermato nelle prime righe viene ribaltato. Non c’è fantasia, non c’è spazio per libertà d’azione, esiste solo l’utilità e, molto spesso, la componente non sottovalutabile della fortuna.
Se è vero che il Brasile avrebbe anche potuto fare a meno del portiere, tale era la sua forza offensiva, il Bologna sta costruendo, volente o nolente, il suo futuro sul ruolo dell’estremo difensore. Prima Coppola e ora Da Costa hanno permesso ai rossoblu di raccogliere punti, speriamo decisivi, nella corsa alla serie A. Già, ma davanti manca il resto. Gli schemi sono saltati del tutto e non c’è più connessione tra centrocampo e attacco. Stiamo tirando troppo la corda e, senza un’inversione di rotta immediata, che deve provenire forzatamente dal nostro allenatore, essa si spezzerà inesorabilmente. Il Vicenza corre, sia sul campo – e lo abbiamo visto dal vivo al Dall’Ara – sia in classifica e ai veneti si è ora aggiunto il Frosinone.
Eppure siamo ancora padroni del nostro destino e se tutto va come deve andare, a giugno voglio poter dare il mio simbolico Pallone d’oro a Coppola e Da Costa, esponenti di un ruolo sottovalutato ma importante, anzi, soprattutto nel nostro caso, fondamentale.
Riccardo Rollo, in collaborazione con TBW

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