“Io non ho paura” è il titolo di un film diretto da Gabriele Salvatores, tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti, vincitore di un David di Donatello che fu anche scelto come candidato all’Oscar in rappresentanza del cinema italiano.
“Io ho paura” è invece il titolo di un film diretto da Diego Lopez, tratto dalla partita di sabato scorso a Livorno, che ancora non ha vinto alcun premio e che mai ne vincerà.
“Io ho paura” è in effetti ciò che il Mister ha trasmesso nemmeno troppo velatamente agli uomini che erano in campo; a quelli che, complice anche un po’ di fortuna, perché no, in quel momento erano in vantaggio 2 a 1 fuori casa, su un campo difficile come quello di Livorno, dove una vittoria avrebbe avuto mille significati in chiave futura.
“Io ho paura” e allora tolgo l’unica punta e inserisco un terzino, terzino? Boh? Cioè Abero e poi, ciliegina sulla torta, tolgo anche Zuculini, l’unico pericoloso, e metto dentro un altro difensore. Missione compiuta. Gli altri, quelli che sono rimasti in campo, hanno capito benissimo, in un lampo hanno capito: se ha paura il Mister, allora abbiamo paura anche noi, o no? E allora si fanno venire la tremarella alle gambe, abbassano il baricentro, beccano il 2 a 2 e poi attaccano allo sbaraglio, senza un idea precisa e senza giocatori di riferimento, e hanno persino il coraggio di prendere il terzo in contropiede. Si torna a casa senza nemmeno averci capito un granché.
Ecco, caro Diego, questa è la nostra critica. E’ tutta una questione di messaggi: se trasmetti paura, semini paura e puoi raccogliere solo paura. Dalle rape non si riesce ad estrarre oro. E c’è un’altra cosa che non ci è piaciuta: nel dopo partita non ha fatto altro che dare colpe ai giocatori ed ai loro errori, ha giustificato il cambio di Zuculini con una fantasmagorica stanchezza (e allora perché non inserire Perez a fare diga?) e mai, nemmeno per un attimo, ha ammesso di avere sbagliato anche lei, non solo lei ovviamente, ma anche lei.
Vogliamo comunque credere nella sua intelligenza e siamo sicuri che in cuor suo sia pentito delle sue scelte.
L’importante è farne tesoro. I ragazzi terribili della provincia modenese stanno per arrivare. L’occasione del riscatto è servita su un piatto d’argento. C’è un detto bolognese che calza a pennello: la gioia è in mano all’orefice, cioè ognuno faccia il suo lavoro. Ci piacerebbe che lei trasmettesse voglia di vincere e non paura. Grazie

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