
Roberto Baggio, Caldogno (VI), 18 Febbraio 1967
Per qualcun il Divin Codino (lui odiava questo soprannome),Agnelli lo chiamava Raffaello (anche questo non faceva salti di gioia ma lo tollerava),chi lo ha amato lo chiamava semplicemente Roby o Roberto Baggio, il più grande talento che il calcio italiano abbia mai espresso. Il fiuto del goal di Riva, la tecnica di Rivera, la visione di gioco di Antognoni, virtù comprese in un unico giocatore.
Nel calcio non ha avuto molti amici, sicuramente non gli allenatori che si sentivano oscurati dal suo talento e, anche tra i colleghi, non molti riuscirono ad apprezzare il suo carattere introverso e taciturno, poco avvezzo ai riflettori; ciò nonostante, in tutti gli amanti del calcio è vivido il ricordo delle sue giocate e dei suoi goal( ben 205 in serie A).
In carriera non ha vinto quanto avrebbe dovuto: 2 scudetti (uno col Milan e uno con la Juventus),1 coppa Italia e 1 coppa Uefa(sempre coi bianconeri),pallone d’oro e miglior giocatore del mondo Fifa, premi ricevuti entrambi nel 1993.
Uno struggente ricordo del Baggio calciatore è lui in lacrime dopo aver buttato fuori il rigore della finale mondiale del 94 contro un Brasile scadente arrivato immeritatamente in finale.
Oggi Baggio si divide tra la sua grande azienda agricola in Argentina e il suo centro di preghiera buddista di Corsico.
Nel calcio ha avuto qualche incarico in federazione teso alla valorizzazione di giovani calciatori ma il carattere di Baggio mal si è coniugato, come prevedibile, con le ipocrisie del palazzo e le dimissioni non hanno tardato a venire.
Guardando i filmati dei suoi goal fanno tenerezza le sue gambette esili da ragazzino in rapporto ai prosciutti del giocatore medio attuale e ciò fa meditare sui tanti infortuni che ne hanno limitato la carriera ed i risultati; senza di essi si troverebbe ben più in alto del terzo posto assoluto tra le più grandi seconde punte di tutti i tempi.

Alfredo Stefano Di Stefano Laulhé; Buenos Aires ( Argentina), 4 luglio 1926 – Madrid (Spagna), 7 luglio 2014)
Argentino di nascita ma spagnolo d’adozione, il padre era di origini italiane (di Capri, per l’esattezza).
Prima di giungere in Spagna, nel Real di Gento, Kopa e Puskas, si prese lo sfizio di vincere svariati campionati in Sudamerica (2 in Argentina e 3 in Colombia). La consacrazione internazionale, tuttavia, venne a Madrid dove conquistò, col Real delle meraviglie, 8 scudetti, 1 coppa di Spagna, 5 coppe dei campioni di fila e una coppa intercontinentale, mettendo a segno 307 goal.
Di Stefano non era una punta classica, amava correre (e molto velocemente, da cui lo pseudonimo Saeta Rubia) sulla fascia e convergere improvvisamente al centro dove esplodeva i suoi tiri micidiali verso la porta avversaria.
Fu supportato da un fisico eccezionale che gli permise di restare competitivo fino ad età avanzata; si ritirò infatti a quarant’anni età, per un attaccante e dei suoi tempi, molto ragguardevole.
Giocò con tre nazionali (Argentina, Colombia e Spagna) e una volta appese le scarpe al chiodo ebbe anche una buona carriera da tecnico nel Real e soprattutto nel Valencia che portò alla conquista di un campionato e di una coppa delle coppe.
Restò vicino al Real anche dopo il suo ritiro definitivo, fino alla morte avvenuta alle soglie dei 90 anni la scorsa estate.
Di Stefano è senz’altro uno dei grandi del calcio di tutti i tempi, al secondo posto nella mia personale classifica delle migliori seconde punte.

Hendrik Johannes Cruijff, detto Johan; Amsterdam (Olanda), 25 aprile 1947)
Il numero uno delle seconde punte e uno dei più grandi calciatori di sempre per me è Johan Cruijff.
Il Profeta del goal come fu ribattezzato è stato un talento assoluto; tra quelli che ci è stato possibile osservare, grazie alla televisione, uno dei più efficaci e concreti
Il suo gioco che spaziava dalla metà campo all’area di rigore, supportato dall’azione di tanti altri campioni, capitati in un’unica “covata” consentì il miracolo Orange dove il calcio totale di Michels cambiò definitivamente i canoni tecnici validi fino ad allora.
Vinse tutto ciò che era possibile vincere, non riuscì a portare a casa solo il campionato del mondo, il primo perso nel 74 in Germania, buttato al vento grazie ad una condotta di gara scriteriata ed il secondo a cui decise di non partecipare ufficialmente per disgusto verso l’Argentina dei colonnelli che “doveva” vincere il mondiale del 78 per nascondere le atroci torture inflitte e le sparizioni degli oppositori politici e con combine e “aiutini” vari riuscì nell’impresa, ma oltre questo, i rapporti nello spogliatoio olandese erano ormai irrimediabilmente logorati e Cruijff non aveva la benché minima intenzione di affrontare altri dissidi con Janssen o Van hanegem o con gli altri leader storici che gli rimproveravano comportamenti da primadonna.
Ma quest’ultimi dimenticavano un dato inoppugnabile, cioè che si trovavano di fronte proprio ad una primadonna; per il resto basta elencare il palmares di Cruijff per capire a che razza di mostro ci troviamo di fronte:
9 campionati olandesi (8 con l’Ajax e 1 con il Feyenoord) e 1 campionato spagnolo (col Barcellona)
3 coppe dei Campioni e una coppa Intercontinentale con l’Ajax e 3 palloni d’oro.
A fine carriera, a 36 anni e 369 goal segnati, intraprese il ruolo di allenatore e anche qui trovò il modo di farsi valere rifondando e facendo conquistare al Barcellona 4 campionati una coppa dei campioni e una coppa delle coppe (un’altra la vinse anche con l’Ajax).
Al momento pare abbia deciso di ritirarsi dal calcio e occuparsi delle sue fondazioni, qualche episodio da commentatore televisivo e non molto altro.
La maggioranza dei commentatori sportivi restringe a 5 calciatori il novero per scegliere il più grande e Cruijff è uno dei 5.
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